
» Metal Perspective

» Tartarean Desire

» Sea of Tranquility

» LaserCD

» ProgGnosis

» Jan-Mikael's EARS

» Oblivion Magazine

» From the Cave

» Metal Review

» Metalstorm

» Harm

» Live 4 Metal

» MetalCore Fanzine

» Metal Only Magazine

» Aardschok

» Eufonia

» Zero Tolerance

» Algoblast

» PowerPlay Magazine

» Mindview

» Mindview (Top 10)

» Radio 666

» Metalfan

» Ars Metallia

» Zware Metalen

» Concrete Web

» Metal Rage

» Pull The Chain

» Spirit Of Metal

» Zica Zine

» Raw Nerve Promotions

» Metalwave

» FishComCollective

» Heavy Metal Universe

» Prog-résiste

» Metallian

» Ondalternativa


» Radio 666

» Metal Rage

» Metalfan

» Rock Hard (pdf)

» PowerPlay (pdf)

» Prog-résiste (pdf)

» Aardschok (pdf)

» Underground Investigation (pdf)

» Metallian (pdf)

I un momento in cui purtroppo ancora siamo infestati di cloni dei Dream Theater, ecco che gli inglesi Linear Sphere si propongono come una delle migliori nuovi leve in ambito prog metal. Tralasciando infatti la mera reinterpretazione della band americana, questo quintetto si dedica anima e corpo in un progetto ben più impegnativo e ostico. "Reality Disfunction" infatti mette quasi paura. La straordinaria tecnica strumentale in possesso dei nostri viene messa al servizio di composizioni si complicatissime ma incredibilmente varie, capaci di spaziare nello stesso album da momenti tribali ad altri fusion, passando per momenti più moderni ad altri più violenti. Innanzitutto bisogna dire che questo album sarà diverso dal restante 99% del genere per via delle vocals di Jos Geron, che si muove in campi decisamente atipici per un cantante prog, avendo infatti un'impostazione decisamente più grezza e stralunata, con alcuni momenti di quasi growl, intrecciati ad urla, voci malate, vocals filtrate e altro. Dal canto suo la band sembra in alcuni frangenti una band prog anni '70 che suona nu metal. Il batterista Nick mi ha ricordato in più di un momento il grandissimo Sean Reinert, grazie ad una potenza micidiale unità a una tecnica di un altro mondo. Mostruoso anche il lavoro chitarristico, che spazia con facilità estrema tra scale e ritmiche intricatissime fino ad arrivare a momenti più acidi e atmosferici, supportati da un basso che con la stessa tranquillità suona ora fusion ora compresso come se fossero i Pantera. Se proprio dovessi fare un paragone, nominerei i Meshuggah ma tecnicizzati all'estremo, per via di quella sorta di malattia che accompagna le composizioni. Prendete l'opener "Reversal", 11 minuti di malattia dove momenti hard rock e prog vengono imbastarditi da stoppatoni potentissimi e dalla prova del vocalist, che passa da momenti in cui sembra il singer degli Oliver Onions ad altri in cui sembra il singer di una thrash\core band moderna. Più di una volta si raggiunge nel disco la pesantezza e l'estremismo dei Cynic ad esempio (togliendo le vocals estreme), ma vi assicuro che la cattiveria e le atmosfere sono quelle. Atmosfere quasi sempre oscure e opprimenti, che anche nei momenti più docili conservano un flavour grigio. Prendete ad esempio la track "Father Pyramid", dove a un tecnicismo assurdo fa da contraltare una tastiera da film horror e delle vocals degne di una industrial black metal band. Credo che questo essere così particolari possa sicuramente rendere questa band appetibile non solo a chi ascolta musica tecnica e basta, ma anche a chi ama musica più potente senza disdegnare le cose ben fatte. Non è da tutti infatti passare nel giro di un minuto da partiture alla Mudvayne ad altre tipicamente fusion senza stordire troppo o rompere le palle. L'intro di "Ceremony Master" ad esempio sembra tratta da un pezzo ambient, e per il resto della song il singer Jos tira fuori due\tre voci differenti, in alcuni casi quasi screaming, ma in ogni caso oscure, ricordando in un certo senso lo stile del grande Wade Black, con quei suoi urli striduli e un'impostazione leggermente fuori dai canoni, mentre la band macina controtempi e riffa assurdi e l'hammond fa due note in classico stile hard rock. "Marketing" è abbastanza Pink Floyd, tra tastiere e chitarre acustiche, e piazzata a metà disco aiuta un po a riprendere il fiato, dato che la band fino a quel momento ha macinato dannatamente. Il mostro del disco comunque è la traccia conclusiva intitolata "From Space To Time": suite divisa in 4 pezzi della durata di circa 25 minuti in cui forse la band però rimane troppo ancorata agli schemi del genere, perdendo in qualche modo la particolarità che l'aveva distinta sino a questo pezzo, e risultando invece troppo simile in alcuni punti a tante altre band, ma daltronde sarebbe stato difficile differenziarsi anche in questo caso. Considerato però che questo è l'unico pezzo del disco in cui la band si standardizza, credo che nessuno può togliere ai Linear Sphere il fatto di avere dato vita a un disco che si differenzia totalmente dal resto delle uscite in campo prog metal, gettando forse le basi per un modo di intendere il prog metal che potrebbe portare una ventata di aria fresca in un mondo dove ormai non si respira più. Essendo questo il debut album, sono molto curioso di sentire il successore e vedere cosa saranno capaci di fare. Alla prossima!










